Natale a chilometro zero

L’e-commerce sta distruggendo il nostro pianeta (oltre che le piccole imprese).

 Analizziamo il colosso di questo settore, Amazon, l’Amazon Web Services ha emesso 55,8 milioni di tonnellate di gas a effetto serra l’anno scorso, tanto quanto il Portogallo.  Si è mosso anche il prestigioso MIT per stimare l’impronta ecologica delle spedizioni veloci, traducendo l’emissione di CO2 da queste generata nell’equivalente di alberi necessari per assorbire l’anidride carbonica prodotta in più. Ebbene, i valori vanno da 20 a 300 alberi a consegna, e più spedisci velocemente, più servono alberi per compensare.

Gli acquisti di un abbonato Prime non prevedono costi di spedizione o maggiorazioni nel caso si scelga di ricevere i prodotti ordinati in più spedizioni diverse: Amazon spedirà ogni singolo acquisto “as soon as possible” (il prima possibile). Generando lo stesso tasso di inquinamento che produrrebbe ogni singolo cliente se si mettesse alla guida della propria auto per acquistare in più momenti un articolo alla volta, anziché organizzare una spesa più ragionata.

Il professor Miguel Jaller, assistente alla Università della California, studia sistemi di trasporto sostenibili, e ha confermato questa tesi: “Poiché alcune aziende offrono consegne molto veloci, ogni individuo sta acquistando di più e più spesso. […] Ciò crea più veicoli, più traffico e potenzialmente più emissioni”.

I consumatori sfruttano anche le politiche di reso facile offerte da Amazon, che moltiplicano il numero di miglia percorse da veicoli. Molto spesso si compra “alla leggera” sapendo di poter rendere il prodotto per qualsiasi motivo. La conseguenza di tutti quei diversi ordini, spediti separatamente e restituiti gratuitamente, è più macchine, più camion, più aerei e più cartone.

“Vengono in italia e ci rubano il lavoro”

Anche se le regioni fanno a gara per accogliere l’insediamento di magazzini Amazon sperando di rilanciare l’occupazione, Attac rivela che per un posto di lavoro creato dalla società statunitense ne vengono distrutti due preesistenti

L’indiziato responsabile del futuro svuotamento del lavoro nella distribuzione, grande e piccola, nelle varie analisi rimane lo stesso: l’e-commerce in generale e Amazon in particolare. Sempre più comodo, sempre più affidabile nelle consegne e rassicurante nelle politiche di resi.

Tra i suoi oppositori c’è l’Institute for Local Self-Reliance (ILSR), che negli Stati Uniti in una ricerca ha dato il senso della questione: se i negozi fisici, in media, impiegano 49 persone per ogni 10 milioni di vendite, nel caso di Amazon si scende a 23 persone, sempre per ogni 10 milioni di ricavi. Alla perdita di lavoro si dovrebbe aggiungere quella di gettito fiscale locale. Un’altra ricerca, “Amazon and Empty Storefronts“, condotta dalla società di ricerche Civic Economics, ha stimato in 222mila i posti di lavoro netti persi a causa dell’impatto di Amazon nel 2015. Stime difficili da verificare ma che hanno controbilanciato l’enfasi del fresco annuncio di Amazon sulla futura creazione di 100mila nuovi posti di lavoro negli States.

Oltre al danno anche la beffa, Amazon è stata la ditta e-commerce a versare più tasse con 10,9 milioni a fronte di un fatturato di 1 miliardo di euro. Le tasse, naturalmente, si calcolano sugli utili e non sui ricavi ma queste società non rendono noto come sono suddivisi i profitti nei diversi paesi. Il dato sul fatturato fornisce in ogni caso un’indicazione dimensionale. Attraverso operazioni tra filiali domiciliate in diversi stati questi gruppi riescono infatti a spostare gli utili nei paesi dove il prelievo è bassissimo o inesistente. Con queste tecniche definite di “ottimizzazione fiscale” i big di internet sono riusciti a sottrarre al fisco tra il 2015 e il 2019 qualcosa come 46 miliardi di euro.

La soluzione ce l’abbiamo in casa o sotto

Comprare nel negozio sotto casa riduce notevolmente l’inquinamento, aumenta la qualità dell’aria e si sostiene il commercio locale, messo in crisi dal covid e dai giganti dell’e-commerce che gli hanno mangiato tutta la loro poca quota di mercato, un aiuto concreto, ora che potranno riaprire i commercianti, non sarà la carità del governo o delle amministrazioni locali, ma la possibilità di essere competitivi contro il monopolio di amazon, tassando tutte le grandi aziende in modo efficiente e progressivo, sia sugli utili che sull’inquinamento prodotto.

Si può anche salvare il mondo seduti a tavola

Secondo l’Aci, nel 2012 in Italia l’85,5 per cento del trasporto delle merci è avvenuto su strada con autocarri. L’uso di veicoli gommati comporta l’incremento dei consumi dei carburanti, la congestione del traffico, l’inquinamento atmosferico e acustico e anche una cospicua percentuale di perdita dei prodotti. Ciò avviene su qualsiasi prodotto, ma sulla commercializzazione del cibo è intollerabile.

Le emissioni di CO2 delle arance che arrivano su strada dalla Spagna rilasciano nell’atmosfera 245 KgCO2, l’aglio pakistano compie 3.300 chilometri emettendo 1.185 KgCO2 per viaggio aereo. I dati Istat riportano che solo nel 2013 sono arrivate in Italia 1miliardo di tonnellate di merce da tutto il mondo. La somma dei trasporti per tutti paesi del mondo lasciano solo immaginare quante emissioni inquinanti ogni anno vengono rilasciate nell’atmosfera. La soluzione in questo caso è mangiare italiano, piemontese ma soprattutto rivaltese, a chilometro zero! Dicendo che un prodotto è “a chilometri zero” s’intende dire che, per arrivare dal luogo di produzione a quello di vendita e consumo, esso ha percorso il minor numero di chilometri possibile. L’idea di fondo, in sostanza, è quella di ridurre l’impatto ambientale che il trasporto di un prodotto comporta, in particolare l’emissione di anidride carbonica che va ad incrementare il livello d’inquinamento.

Secondo questa filosofia risulta vantaggioso consumare prodotti locali in quanto accorciare le distanze significa aiutare l’ambiente, promuovere il patrimonio agroalimentare regionale e abbattere i prezzi, oltre a garantire un prodotto fresco, sano e stagionale. S’interrompe così quella catena che è nata con la grande distribuzione, che lavora con i grandi numeri, a scapito del rapporto consumatore-produttore.

L’idea di prodotti “a chilometri zero”, essendo sensibile alla riduzione delle energie impiegate nella produzione, oltre a diminuire il tasso di anidride carbonica nell’aria porta ad un uso consapevole del territorio, facendo riscoprire al consumatore la propria identità territoriale attraverso i piatti della tradizione. È un modo di opporsi alla standardizzazione del prodotto, che provoca l’aumento della produttività facendo però perdere la diversità.

Il pianeta ha bisogno di una cura concreta e unitaria contro l’inquinamento e contro la malnutrizione. Scegliere un’alimentazione quanto più possibile a chilometro zero è sostenibile, restituisce agli agricoltori la gestione della filiera alimentare e ci nutre con prodotti più sani. I vantaggi sono per tutti, pianeta compreso.

Fonti:

https://qz.com/1107112/there-are-170000-fewer-retail-jobs-in-2017-and-75000-more-amazon-robots/

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/10/14/le-tasse-pagate-in-italia-dai-giganti-web-amazon-11-milioni-di-euro-google-57-milioni-facebook-23-mln-netflix-6-mila-euro/5965917/